150° anniverario dell’Unità d’Italia: il Risorgimento (1)
di Agostino Pendola - mercoledì 23 febbraio 2011
Per ricordare i 150 anni dell’Unità d’Italia vogliamo ripercorrere anche su PiazzaCavour.it quei lontani avvenimenti. Ma li vogliamo ricordare in modo un pò diverso da come li abbiamo appresi a scuola. Non elencheremo quindi date, sollevazioni, guerre, piuttosto cercheremo di spiegare, in modo semplice, perchè allora a Nord come a Sud migliaia di persone hanno aspirato ad avere una Patria libera, unita e indipendente. E perchè, a un certo momento, un italiano ogni 1.500 abitanti si è arruolato, volontario, nell’esercito garibaldino che liberava definitivamente il meridione dai Borboni.
Un racconto nel solco della tradizione, quindi. Perchè i revisionismi a noi non piacciono, e non solo questi.
Per narrare il Risorgimento dobbiamo partire inevitabilmente dal Settecento: secolo di grandi mutamenti in Europa e anche in Italia, almeno nelle sue parti aperte all’Europa, come la città di Milano.
Il Settecento ha visto lo svilupparsi una nuova classe intermedia, tra la nobiltà, che fino a quel momento aveva ricchezza e potere, e il popolo, contadini e artigiani. Nel Settecento nelle città si è formato un nuovo ceto, professionisti, impiegati, artigiani arricchiti, che tuttavia non aveva alcuna possibilità di influire sulla politica. E’ quello che in Francia si chiamava Terzo Stato, e dalla sua protesta, a Parigi nel 1789 scoppiò la rivoluzione. Spariti dalle scena i nobili, emigrati all’estero o uccisi, la Repubblica sorta dalla Rivoluzione trovò i suoi dirigenti nella borghesia. Borghesi erano anche i giornalisti che pubblicavano decine di giornali e fogli volanti, borghesi, per la prima volta, gli ufficiali dell’esercito.
Napoleone, giunto al potere con il colpo di Stato del 18 Brumaio nel 1799 e poi diventato imperatore nel 1804, consolidò questa affermazione.
La struttura portante dell’impero, i prefetti, i sindaci delle città erano in gran parte professionisti, medici, avvocati. Gli ufficiali venivano scelti tra i soldati meritevoli, non erano più solo i nobili. Lo stesso imperatore proveniva da una famiglia umile. E’ l’affermazione della classe media.
Il 1814 tutto questo terminò, tornò l’Ancien Regime. Con la differenza che mentre in Francia il nuovo re, Luigi XVIII mantenne, ad esempio, il parlamento, in Italia ci fu chi avrebbe voluto tornare al Seicento.
E’ il caso di Vittorio Emanuele I di Savoia. Succeduto al fratello Carlo Emanuele nel 1802, aveva regnato fino al 1814 sulla sola Sardegna. Tornato a Torino dopo la caduta di Napoleone, il suo primo obiettivo fu di far dimenticare ai suoi sudditi i quindici anni passati sotto i francesi. Questo voleva anche dire abolire la fiscalità che aveva tolto le esenzioni ai nobili, cacciare di casa chi aveva acquistato i beni ecclesiastici confiscati, abolire le libertà per i valdesi e gli ebrei, restaurare la vecchia amministrazione della giustizia, diversificata secondo la condizione dei cittadini (nobili, ecclesiastici o borghesi). Come decretò: “si osserveranno le Regie Costituzioni del 1770″ che in realtà risalivano a cinquant’anni prima.
Quindi, ritorno al Seicento. Naturalmente fu abolita la libertà di stampa (e presto si sarebbe arrivati al divieto di importazione di libri e stampati), vennero cacciati i funzionari dello stato e i professori che avevano manifestato simpatia per la Francia.
Genova, perduta la sua indipendenza, e annessa al Regno di Sardegna, dovette soffrire doppiamente: da secoli il feudalesimo era scomparso (la repubblica aveva bisogno di uomini liberi), era una città che viveva di commerci, aperta a traffici e a costumi diversi. Dopo il 1814 la nobiltà si ritrasse nei suoi palazzi, la borghesia cercò di dimenticare. C’era chi non poteva dimenticare del tutto: il padre di Giuseppe Mazzini, Giacomo, medico e chirurgo, era uno che aveva partecipato all’amministrazione della Repubblica Ligure, aveva pubblicato scritti sui giornali. Giuseppe Mazzini ricordava di aver visto, nascosti in casa, i fogli sui quali il padre aveva scritto, molti anni prima, articoli inneggianti alla repubblica filofrancese.
Altre regioni d’Italia furono più fortunate del Piemonte e della Liguria: la Lombardia e il Veneto, sotto l’Austria, godevano di una buona amministrazione, e l’editto di tolleranza del 1788 non era stato abolito. Anche la Toscana sotto i Lorena visse decenni di relativa libertà.
Peggio dei Savoia forse furono solo i Papi. Lo Stato della Chiesa comprendeva tutta l’Italia centrale, Toscana esclusa, fino alle attuali provincie di Bologna, Ferrara, Forlì. La Chiesa volle far dimenticare i tentativi di laicizzazione della società compiuti in epoca napoleonica. Impiegati, piccoli proprietari, professionisti, che erano stato il ceto dominante durante il dominio francese, si dovevano sottomettere agli esercizi spirituali, erano costretti a partecipare per più giorni a messe, turni di preghiera, prediche, il tutto controllato tramite la consegna di contrassegni. La polizia interveniva nei casi di liti tra coniugi, i bestemmiatori venivano arrestati e messi alla berlina, i ragazzi dovevano partecipare alle gare di catechismo. Naturalmente tutte le leve amministrative tornarono agli ecclesiastici.
La prima reazione dei borghesi a questo ritorno all’assolutismo furono le società segrete. La più famosa fu la Carboneria, ma in realtà tutta l’Italia (e non solo l’Italia in verità) fu percorsa da sette segrete.
Le origini della Carboneria sono misteriose. Secondo gli studi più recenti la sua origine fu francese, durante Napoleone. I carbonari si riunivano nei boschi, oppure seguivano rituali provenienti dal mondo dei taglialegna (da cui il nome). Dalla Francia passarono a Napoli durante il regno di Murat (1808-1814), da dove si estesero a tutta l’Italia.
Divisi in gradi, si riunivano in sedi chiamate vendite, il loro obiettivo dichiarato era la fine della tirannide. Però anche sugli obiettivi non vi è chiarezza, perché la conoscenza dei fini era maggiore man mano che l’adepto saliva nei gradi.
Oltre alla Carboneria, c’erano i Cavalieri Guelfi, i Sublimi Maestri Perfetti di Filippo Buonarroti (un toscano emigrato in Francia durante la rivoluzione), gli Adelfi, e altri ancora.
Nel 1820 la rivoluzione scoppiò a Napoli, dove i carbonari chiedevano una costituzione sull’esempio della carta costituzionale spagnola del 1812, di carattere liberale. Il re la concesse, ma poi corse a chiedere aiuto all’Austria. La primavera seguente una analoga rivoluzione scoppiò in Piemonte, dove il re, invece di cedere, abdicò in favore del fratello Carlo Felice, che in quel momento si trovava a Modena. Il cugino Carlo Alberto, nominato reggente, concesse la costituzione, ma al ritorno di Carlo Felice la carta venne revocata e lo stato assolutistico continuò come e peggio di prima.
E’ passato alla storia il giovane Mazzini (16 anni) che vede a Genova i profughi piemontesi in attesa di imbarcarsi per l’estero, e si commuove al pensiero dell’Italia.
Anche i costituzionalisti di Napoli sono sconfitti dall’intervento austriaco.
Dopo questa fiammata, il decennio trascorse in una relativa calma fino al 1830, mentre le polizie e i governi cercavano di mettere le mani sugli appartenenti alle società segrete. Tra le vittime, molti nomi passati alla storia, ricordiamo Silvio Pellico, piemontese ma arrestato a Milano, Felice Confalonieri, nobile milanese, Felice Foresti, pretore nel Polesine.
Nel luglio del 1830 la rivoluzione del luglio francese, che scacciò il reazionario Carlo X e consegnò il trono al re costituzionale Luigi Filippo fu una ventata di aria fresca per l’Italia. I moti che seguirono l’entusiasmo furono presto soffocati e cominciarono a cadere le prime teste, come Ciro Menotti a Modena. Ma fu la repressione nelle Romagne, e particolarmente a Rimini, a spingere un giovane profugo a scrivere un articolo su un giornale francese, dal titolo Une nuit de Rimini en 1831.
Di quel profugo sentiremo parlare, il suo nome era Giuseppe Mazzini.
(continua)












