Quest’anno quando celebreremo il 25 aprile, l’anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo, ricorderemo l’altro grande anniversario che andremo a celebrare poco più di un mese dopo, il 2 giugno, gli ottanta anni della Repubblica. Perchè il 2 giugno non è immaginabile senza il 25 Aprile, senza la lotta di Liberazione che l’ha preceduta. Perché l’antica aspirazione degli italiani, non tutti, ma una parte considerevole, di reggersi in Repubblica, si è potuta realizzare solo dopo che la monarchia prima ha consegnato il Paese a Mussolini, poi ha condiviso per vent’anni le sue scelte, tra le quali la più nefasta furono certamente le leggi razziali, infine ha accettato la guerra contro le democrazie dell’occidente.

L’aspirazione a governarsi in Repubblica era nata nel Risorgimento, proprio a Genova. Mazzini era stato colui che l’aveva definita, unendola al concetto di paese libero e indipendente. Poi, le opportunità del momento, “la monarchia ci unisce la repubblica ci dividerebbe” la fece accantonare, e l’Italia divenne indipendente, abbastanza libera, e monarchica.

Quando i partigiani salirono sui monti, era chiaro che lo facevano anche per un rinnovamento completo dell’Italia, quando liberarono dei territori, l’Ossola, Torriglia, la città di Alba, costituirono le Repubbliche partigiane, effimere ma Repubbliche, non succursali del Regno del Sud.

Il 25 Aprile fu quindi un momento di arrivo della lotta per la Repubblica, il 2 giugno dell’anno successivo, il 1946, un momento di partenza per la costruzione della Repubblica.

Perchè di questo erano coscienti i padri costituenti, e dopo il 1946 coloro che ressero i primi anni del nuovo stato, che la Repubblica bisognava realizzarla. Voleva dire modernizzare lo Stato, realizzare le autonomie locali, abrogare le leggi liberticide del fascismo. Aprire l’economia italiana, dopo vent’anni di autarchia, all’Europa e al mondo. Non fu un compito facile, perché c’erano, in Italia, delle potenti forze amministrative ed economiche, che difendevano lo status quo per difendere i loro interessi. Lo smantellamento dello stato autoritario impiantato dal fascismo fu una cosa lunga, si dovette attendere dieci anni con la realizzazione della Corte Costituzionale, prevista dalla Costituzione, nel 1957. Per altri diritti civili, pensiamo al divorzio, al nuovo diritto di famiglia che rendeva la parità tra marito e moglie e poi la possibilità dell’aborto, si dovette attendere ancora.

Mancò sempre il rinnovamento economico. L’economia italiana restò per decenni quella dell’Italia preunitaria e poi fascista, certamente rinnovata ed ampliata, aperta all’Europa dopo la liberalizzazione degli scambi nel 1951 e poi l’ingresso nella Comunità Europea, una struttura economica con una forte presenza pubblica e un sempre maggiore tessuto privato, senza però una guida, un orientamento pubblico. Questo portò ad uno sviluppo ineguale sul territorio, il nord, dapprima solo il nord-ovest, ne ebbe vantaggio mentre il Sud restò tagliato fuori da ogni rinnovamento.

I tentativi che vennero fatti per porre rimedio a questa situazione, negli anni sessanta soprattutto, vennero sempre bloccati. Anche le varie aree della rendita, dapprima fondiaria, poi nei servizi, non vennero mai aggrediti, i portatori degli interessi particolari furono sempre talmente forti da prevalere, e lo sono ancora adesso. E’ per questo motivo che l’Italia, è rimasta fino ad oggi, un Paese ineguale, con sacche di arretratezza e poli sviluppati. Oggi poi, con la crisi di questi giorni, ne vediamo ancora meglio le conseguenze. La carenza di fonti energetiche ci pone in difficoltà perché le fonti alternative non solo sono state snobbate dalle forze pubbliche, ma osteggiate in più modi, lasciando il Paese ostaggio di Stati e organizzazioni anche economiche sulle quali non ha potere. Mentre vediamo intorno a noi altri Paesi, Spagna ad esempio, e Francia, che hanno lanciato grandi progetti di indipendenza energetica.

La Repubblica quindi, la Repubblica che i Conti, i Pacciardi e La Malfa hanno consegnato agli Italiani deve ancora essere pienamente realizzata.

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Agostino Pendola
Ormai pensionato dopo molti anni nella pubblica amministrazione, posso occuparmi delle cose che mi interessano. Tra le quali c'è certamente Mazzini e il mazzinianesimo, tra il Tigullio e Genova.