C’è qualche dato. Ci sono le idee. E e ci sono due parole che restano in mente (come le cose che colpiscono e non si dimenticano) riemerse durante l’incontro, organizzato da Caròggio Drîto e tenuto da Agostino Pendola, sulla vita politica (e personale) del sindaco Giovanni Maggio, primo sindaco della Rapallo liberata dopo il tragico buio fascista e la fine della seconda guerra mondiale.

Eugenio Brasey (Caròggio Drîto) e Agostino Pendola

Prima i numeri.
Sotto, l’esito delle prime elezioni comunali. Non è noto come sono andati i voti ai partiti, abbiamo la ripartizione dei seggi (dovuta ad un sistema elettorale premiante la lista vincente) che ha portato Maggio allo scranno più alto di Piazza delle Nazioni.

Questo invece il risultato delle elezioni politiche del 18 aprile 1948, le prime della neonata Repubblica Italiana.

Vecchi risultati di vecchie elezioni con vecchi simboli di vecchi partiti. Ma scorre un brivido al pensiero che questi furono gli esiti delle prime elezioni libere, conquistate con il sangue di molti patrioti che combatterono e perirono per la democrazia. Non meri numeri elettorali, ma il risultato genuino di una espressione di libertà ed una dialettica ritrovate, pagate a carissimo prezzo.

Poi le idee.
Ecco il programma della trionfante DC del ’46 (vincente per la verità fino al suo epilogo negli anni ’90 – e anche oltre). Che sono diventate storie, qualcuna finita, qualcuna invece che arriva diritta al nostro presente. In quei punti programmatici, l’idea di una città da trasformare e proiettare verso i decenni futuri carichi di speranze che profumavano di benessere. Idee largamente condivise, che hanno aperto un ciclo, quello che ancora oggi viviamo, con i suoi meriti e i suoi grandi pesanti lasciti.

Infine, le due parole.
La nativa gaiezza che ancora predomina non dovrebbe cambiare in un gelido blocco“. “Nativa gaiezza“. Leggetele queste parole, tratte da una lettera a Il Secolo XIX del 10 gennaio 1954. Parole che odorano di ottocento eppure modernissime, gentili, potenti proprio perché innocenti, inascoltate, profetiche, solitarie, drammatiche, coscienti, eretiche.

Epilogo.
Alla fine resta in testa una idea, una speranza, anzi un’utopia dove la coscienza di quella “nativa gaiezza” prende il sopravvento e guida ogni azione in grado di riportarci in pace con il nostro territorio. Ieri era un grido disperato, oggi (fuori da ogni inutile sospiro rivolto ad un passato che che non può tornare) sarebbe una rivoluzione.

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Paolo Marchi
Vivo sospeso tra reale e virtuale, tra il paradiso e l'inferno, immerso nel dubbio, guardando l'infinito. Scrivo per bisogno (fisico). M'illumino immerso in un bosco e sto meglio solo se stanno bene e sono felici anche gli altri. Cerco di vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo. Sul web dal secolo scorso, ora referente di PiazzaCavour.it.