Personalmente mi parrebbe pacifico l’assunto che non esiste città turistica senza vita. E di conseguenza è parimenti chiaro che non esiste vita senza cultura e senza musica.
Occorre partire da questa semplice considerazione per comprendere l’importanza delle recenti iniziative che hanno portato all’interruzione degli spettacoli musicali dal vivo a Rapallo.
La questione non riguarda soltanto qualche concerto annullato o alcuni musicisti costretti a interrompere una serata. La posta in gioco è molto più alta e riguarda l’identità stessa della città, la sua capacità di attrarre visitatori, la libertà di espressione artistica ed il lavoro di decine di persone che, lontano dai riflettori, alimentano durante tutto l’anno il tessuto culturale del territorio.
Quando si parla di musica a Rapallo si commette spesso l’errore di pensare immediatamente all’estate quando però la musica vive dodici mesi l’anno. Dietro ogni concerto (anche il più piccolo e umile) ci sono scuole di musica, insegnanti, studenti, tecnici, associazioni culturali, organizzatori e professionisti che lavorano quotidianamente per mantenere viva una tradizione artistica che rappresenta un patrimonio per l’intera comunità.
I provvedimenti restrittivi e il clima di incertezza che si è creato nelle ultime settimane rischiano di colpire questo ecosistema ben oltre la stagione turistica.
Come potranno programmare i propri saggi le scuole di musica? Come potranno esibirsi gli allievi che studiano tutto l’anno per affrontare il loro primo pubblico? Come potranno lavorare i professionisti che hanno scelto di investire tempo, risorse e formazione in una professione già estremamente complessa?
La musica non nasce la sera di un concerto. È il risultato di mesi, spesso anni, di studio, sacrifici e investimenti. Colpirne gli spazi di espressione significa indebolire l’intera filiera culturale cittadina.
C’è poi il tema economico.
Bar, ristoranti, stabilimenti balneari e attività commerciali non organizzano eventi musicali per capriccio. Lo fanno perché rappresentano un elemento di attrazione, fidelizzano la clientela e contribuiscono a rendere la città più competitiva rispetto ad altre località turistiche.
In un settore già messo a dura prova dai rincari energetici, dall’aumento dei costi del personale e dalla crescente concorrenza di altre destinazioni, assistere a interventi repressivi genera inevitabilmente un danno economico e di immagine per tutta la città.
Il turista che assiste a una serata interrotta dalle autorità non vede una città che fa rispettare le regole bensì un’amministrazione che appare incapace di trovare un equilibrio tra qualità della vita e promozione del proprio territorio.
E in un mondo dove l’immagine passa velocemente attraverso social network e recensioni online, il danno reputazionale rischia di essere molto più grande di quello immediatamente percepibile.
Per questo motivo la vicenda solleva inevitabilmente una domanda politica: quale modello di città vuole essere Rapallo?
Una città turistica e culturale vive inevitabilmente dell’incontro tra esigenze diverse: da una parte il diritto al riposo dei residenti e dall’altra il diritto delle attività economiche di lavorare e quello degli artisti di esprimersi.
Tuttavia, molti operatori del settore hanno la sensazione che negli ultimi giorni la lancetta della bilancia si sia spostata completamente e solo da una parte, poiché la sensazione diffusa è che bastino le proteste di una parte minoritaria della cittadinanza e di alcuni operatori del comparto alberghiero per determinare scelte che finiscono per incidere sull’interesse generale.
Non si tratta di negare un possibile disagio di chi vive vicino ai luoghi degli spettacoli. Si tratta di chiedersi se una città possa rinunciare alla propria vitalità culturale per soddisfare esclusivamente chi considera qualsiasi forma di musica un problema anziché una risorsa.
Esiste poi un altro aspetto che molti musicisti giudicano particolarmente grave.
Le recenti azioni non hanno riguardato situazioni improvvisate o fenomeni di degrado urbano: hanno coinvolto professionisti che svolgono un’attività artistica e lavorativa riconosciuta. Persone che pagano tasse, contributi, strumenti, sale prova e formazione. Persone che contribuiscono concretamente all’offerta culturale della città.
Il messaggio che rischia di passare è pericoloso, ovvero che la musica ed il musicista sia un problema di ordine pubblico da risolvere oppure un soggetto da controllare più che una risorsa da valorizzare.
In qualunque grande destinazione turistica la musica dal vivo viene considerata un elemento qualificante dell’offerta, a Rapallo, invece, il dibattito sembra concentrarsi sempre più sulle modalità per limitarla.
Dev’essere chiara una cosa, nessuno chiede una città senza regole o che le persone non debbano dormire di notte.
Tuttavia una località turistica che ambisce a essere moderna ed attrattiva dovrebbe affrontare la questione attraverso regolamenti chiari, programmazione condivisa e confronto con gli operatori del settore… non certo attraverso interventi estemporanei generati da qualche esposto i quali, pare logico, vengono percepiti come punitivi e in grado soltanto ad alimentare un clima di contrapposizione.
E a proposito di contrapposizioni, lo si sottolinea ancora una volta: non esiste una dicotomia tra musica e silenzio (dove l’elemento negativo non è il primo ma al massimo il secondo). Il Comune di Rapallo prima o poi lo deve capire! Sindaco e Giunta devono decidere se Rapallo voglia essere una città che investe sulla cultura, sugli artisti e sull’attrattività del proprio territorio oppure una città che, per timore delle proteste di pochi, rinuncia progressivamente, una ad una, alle componenti caratterizzanti la propria identità.
Il rischio in questo caso è di autocondannarsi al silenzio, ovvero il problema più devastante quando la cultura viene costretta a fare un passo indietro.







