Spesso mi capita di percepire un manufatto, che attrae la mia attenzione, non come un semplice volume, un ingombro geometrico, un solido che appare alla vista per subirlo o viverlo, ma come la cristallizzazione ed il posizionamento nello spazio e nel tempo della sommatoria di energie che si sono rese necessarie per la sua nascita.
Quelle di chi ne ha determinato il bisogno, di chi lo ha progettato, di chi lo ha finanziato, di chi lo ha realizzato, di chi ne ha diretto l’esecuzione.
Il tutto levigato dagli umori, anche variabili, e dalle sensibilità di tutti gli attori intervenuti nei vari processi, nonché dal tempo che é servito per concretizzare ogni passaggio.

É sicuramente un modo di percepire difficile, lo ammetto, a volte anche faticoso, frutto probabilmente della professione che svolgo, ma che mi restituisce l’importanza del tempo, del genio, dello stato d’animo, dell’applicazione, dell’opera manuale ed intellettuale: come protagonisti necessari di una scena che, insieme, si svelano sulle assi di un palcoscenico.
Insomma, non un volume muto, seppure articolato/materico/dipinto, ma pulsante di contributi stratificati nel tempo che, se espressi al meglio, ne determinano la sua bellezza ed il potere attrattivo.

Da quando vivo a Rapallo mi hanno in questo senso sempre affascinato, tra altre cose, alcune semplici architetture rappresentate dagli archivolti in foto, posti tra la Via Marsala e Vico dei Fondaci, a monte, ed il Lungomare Vittorio Veneto a mare.
Piccole gallerie pedonali, veloci soluzioni di connessione urbana.

Luoghi antichi, di collegamento nel tempo tra il mare ed il nucleo storico, di protezione dalle piogge, come canali per convogliare sibilanti venti di tempesta o profumi di cibo dalle cucine delle case retrostanti, generatori di fresca ombra, spettatori di corse di bambini, di baci dati in segreto e di baci rubati, di promesse sincere e promesse strappate, di risate e di pianti, forse di passaggio di pirati, di sguardi di sorpresa … perché da lì, improvvisamente, si intravede il mare.

Luoghi che oltre ad assolvere ad una funzione urbanistica di collegamento sono stati testimoni, con le stratificazioni che li hanno generati, del succedersi degli eventi.
Come grandi saggi anziani che ne hanno viste tante e a cui si deve portare rispetto.

E a guardarli, però, questo rispetto direi che sia proprio mancato.

Non so se siano spazi pubblici o spazi privati perché facenti parte del soprastante edificio che li comprende, ma meriterebbero una maggiore attenzione.
Certo, sono innumerevoli le cose di cui la città avrebbe bisogno e potrebbe sembrare superficiale porre l’accento su questi brevi passaggi coperti da volte a botte, ma si può partire anche dando valore a cose più piccole oppure scontate o ai più indifferenti.

Come architetto ho sempre più affinato nel tempo la capacità di vedere in anticipo la nascita ex novo di uno spazio o il suo recupero.
In questo caso un attento restauro dell’intonaco a calce e della sua tinta, delle ardesie del basamento, delle pietre e dei mattoni della volta e del pavimento, restituirebbe alla vista la bellezza di questi antichi corridoi stimolando il piacere nel passarci.

Pronti per essere poi qualcosa in più.

Strip LED laterali d’accento per valorizzarne il curvo soffitto, puntuali spot in chiave, al centro dello stesso, per illuminare le pareti su cui esporre antiche immagini di Rapallo riprodotte su adeguati supporti.
Nuovi luoghi di passaggio, di bellezza, di comunicazione, magari con una variante: uno spazio a parete, di date dimensioni, dove a rotazione, insieme alle antiche visioni della città, potesse essere accolto il lavoro di un artista contemporaneo a seguito di un concorso di cadenza annuale.
Tre archivolti, come strette gallerie d’arte di un museo urbano diffuso in cui concentrare storia ed avanguardia.

Ripeto, non conosco di chi sia la proprietà di questi spazi, ma sarebbe bello poterne recuperare la nobiltà: con un intervento del Comune o da parte di una figura o soggetto mecenate attraverso una donazione liberale, parzialmente deducibile fiscalmente, a cui concedere i naming rights delle gallerie (diritti di denominazione) quale pubblicità ed ulteriore contropartita commerciale.

E possono essere, o meglio rappresentare, ancora qualcosa in più.

Una riflessione romantica su questi luoghi mi conquista infatti mentre sto scrivendo.
E mi convinco di offrire il mio pensiero alla sensibilità dei lettori.

Archivolti non solo come il collegamento materiale tra due punti, ma come la metafora di un cambiamento: una sorta di Stargate, un tunnel spaziale da percorrere alla ricerca di un passaggio di stato.
Tra un prima e un dopo.
Tra un dentro ed un fuori.
Dalla rabbia al sorriso.
Dal risentimento al perdono.
Per formattare gli animi e, se il caso, sistemare le cose negli scaffali della propria coscienza.
Perché è il tempo di oggi che ce lo chiede.
Ritrovare le belle connessioni umane, perse o sopite, quali ricchezze per ristorare un vivere quotidiano assuefatto dalla normalità delle contrapposizioni mondiali.
Non un gesto fisico ma un lavoro nel cuore di ciascuno di noi.
Semplici suture tra il mare e l’urbe possono diventare altro: delicati punti imbastiti sul prezioso cucito delle relazioni.

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Massimo Zero
Architetto. Visionario e sognatore. Ascolto con piacere e osservo con curiosità. Credo nel progetto, che è in tutto ciò che ci circonda e che verrà.