Foto copertina archivio PiazzaCavour.it – 8/4/2023 – Lavori sul San Francesco
Sette anni e cinque mesi è il tempo trascorso dall’avvio dei lavori per la realizzazione della nuova copertura del Torrente San Francesco.
Era l’aprile 2018 quando con enfasi si comunicava alla città l’inizio di questa grande opera, con la consegna del cantiere all’Impresa affidataria.
6.600.000 € il costo per la parte strutturale.
Quasi 1.700.000 € il costo invece per la realizzazione della nuova pavimentazione.
Euro più, euro meno.
Da allora acqua, nel suo alveo, ne è passata e siamo stati spettatori anche della tremenda mareggiata dell’ottobre 2018 che ha visto imbarcazioni piantarsi alla foce del torrente.
Un progetto realizzato per stralci, la cui costruzione è ancora in itinere.
Si inizia con il preventivo smontaggio del gruppo scultoreo del Polipo opera dell’artista Italo Primi, poi: la demolizione della porzione di copertura verso mare, la costruzione delle spalle in cemento armato per la posa di sei travi precompresse in unica luce, ritrovamenti storici/archeologici di modesto interesse, il completamento della soletta, una asfaltatura sommaria, la tardiva rescissione del contratto d’appalto con l’impresa inadempiente, un nuovo bando, la partenza del secondo stralcio di lavori salutando il ponte storico in pietra sull’Aurelia coperto dalla vecchia piastra degli anni ’50 da demolire perché di ridotta portata strutturale, la costruzione delle nuove spalle in cemento armato, la posa delle nuove travi in campata unica (questa volta in acciaio in tre monconi assemblati in opera), l’infissione di pali e di micropali (dimenticati) vicino a case storiche, i sottoservizi non indagati che spuntano un giorno si l’altro pure, il nuovo completamento della soletta.
Nel contempo: disagi al traffico, chiusura di corso Assereto per un tempo imprecisato, cittadini e commercianti stremati dalle eccessive lungaggini del cantiere, brutto biglietto da visita per gli ospiti della nostra città, i primi stupori per le quote carrabili e pedonali più alte di quelle originarie, gli stupori che diventano certezze consolidate, gli accessi ad attività commerciali / case /garage in trincea.
Questo per l’opera ingegneristica che comunque, ora terminata, lascia l’area in Zona Rossa di Piano di Bacino mitigando solo il rischio idraulico dovuto a possibili esondazioni del Torrente.
Tutto ciò fino a quando non si metterà mano, con importanti interventi, a tutta l’asta torrentizia fino al ponte dell’autostrada – cfr. https://www.piazzacavour.it/2022/12/21/torrente-san-francesco-e-via-betti-che-inizia-con-b-come-serie-b/
Ma occorreva pensare anche ad un manto che potesse ingentilire la cruda opera strutturale.
E’ il luglio 2022, quando in una calda serata estiva, l’allora amministrazione svela dal palco di Villa Tigullio, le prime immagini di quella che sarebbe potuta divenire la sistemazione della superficie della nuova piastra della copertura.
E’ il progetto dell’architetto Michele De Lucchi: grande professionista, bravo, capace e di fama internazionale, da cui sicuramente imparare … ma che forse, in allora, non aveva ricevuto i giusti desiderata .

E’ il progetto con uno spazio piazza/parcheggio centrale e corsie per ogni senso di marcia ai margini dello lo stesso, con un colonnato di nuovi lampioni che interpretavano gli alberi e le sàrtie delle barche a vela e, soprattutto, delle palme che dovevano fondare le proprie radici nella nuova soletta di cemento armato (?) o, nella migliore delle ipotesi, in improbabili vasche di terra poggiate sulla copertura.
E’ il progetto dello schizzo d’acqua al fianco del Castello.
E’ il progetto dell’obelisco dalla rotonda, in zona cavallini, con tanto di perla alla sua sommità; a testimoniare Rapallo come perla del Tigullio.
Progetto che non prenderà mai vita, per un disimpegno diretto del professionista, mai giustificato soprattutto dall’amministrazione.
Di quel progetto sono rimasti sul campo: files, alcune stampe cartacee, immagini su qualche articolo di giornale, sui social e sullo schermo di una rassegna estiva, il solito cassetto in cui richiudere tutto, compreso il pagamento, fine a se stesso e con soldi pubblici, delle parcelle dei professionisti intervenuti.
Il Polipo, restaurato da tempo e lasciato in attesa degli eventi nei magazzini comunali, muoveva, figurativamente, i suoi tentacoli sugli occhi … per non vedere.
Ma una soluzione doveva essere trovata.
Rapallo aveva bisogno di “vestire” la più grande opera pubblica degli ultimi decenni.
Nuovo progetto quindi, nuovo incarico ad un importante ed affermato studio del nostro capoluogo.

E’ il progetto con le corsie carrabili, questa volta, centrali e poste in asse all’antico Castello tra due nuove rotonde, con spazi pedonali e di sosta ai margini delle stesse.
E’ il progetto che deve “medicare” lo stato costruito della nuova copertura, un po’ (tanto) sfuggito di mano, dando ad esso sembianze gradevoli ed accettabili e soprattutto l’usabilità di uno spazio pubblico.
La partenza è quindi ardua ma il progetto, la ricerca ed il confronto possono essere strumenti importanti nell’arsenale di colui o coloro i quali immaginano ciò che sarà: sia esso un interno, un volume o il brandello di un tessuto urbano.
Strumenti che, allo stato dell’arte, sono risultati poco usati nel caso in esame.
Ne esce infatti un progetto autoreferenziale, narcisista, con formalismi rigidi come quelli rappresentati da improbabili riquadrature destinate ad accogliere gli stalli dei parcheggi o da inserti lineari lapidei che, nel tentativo di dare un ritmo o organizzare uno spazio, tagliano la pavimentazione in un modo casuale per imbattersi senza senso sui prospetti dell’edificato all’intorno.
E’ il progetto che usa materiale lapideo estraneo ai nostri luoghi e non in continuità con quello del vicino centro storico: materiale che presenta già forti usure e inconvertibili annerimenti della materia.
E’ il progetto che interpreta i salti di quota della nuova copertura verso l’edificato, con pericolosi gradoni e piccole rampe.
E’ il progetto che ruota gli stalli dei posti auto rendendoli paralleli al senso di marcia, perché forse qualcuno ha capito che in quelli ortogonali non ci si poteva entrare.
Parcheggi ridotti in modo impressionante rispetto all’origine e mal accettati da Regione Liguria per un problema di sicurezza idraulica, al punto che si sono rese necessarie e lo saranno in futuro, ordinanze sindacali per imporne un loro sgombero in occasione delle allerte metereologiche arancione e rossa.
E’ il progetto che non offre un sistema organizzato di verde e di arredo urbano a corredo unitario delle attività all’intorno, che tanto hanno sofferto la realizzazione di questa infrastruttura e meritano assolutamente un adeguato ristoro.
E’ il progetto che introduce l’uso all’interno di quelle rigide campiture di cui si parlava, di un asfalto colorato in luogo del previsto cemento architettonico.
Asfalto di discutibile cromia e scarsa consistenza e che mostra già i segni di imbibizioni dovuti agli agenti atmosferici, alla accidentale attività umana, all’assorbimento delle deiezioni canine.
Asfalto che, tempo qualche anno, dovrà giocoforza essere sostituito.
E’ il progetto che propone il tratto carrabile con un lastricato di blocchetti di porfido non visibile in nessun altro punto della città, modificandone la larghezza in corso d’opera perché ci si rende conto che la carreggiata era troppo piccola.
E’ il progetto che introduce lampioni ridondanti, in un luogo che non ha bisogno di segni o design gratuito.
E’ un progetto che, seppur con la realizzazione in itinere, non pare offrire giusti orientamenti al suo modo d’uso, lasciando il pedone nell’incertezza e nel disorientamento.
E’ un progetto che, a differenza del primo, propone la restaurata scultura del Polipo sulla porzione della passeggiata prospiciente il Castello, all’interno di un sistema concatenato di tre vasche rettangolari che satureranno quasi completamente lo spazio pedonale.
L’utente sarà quindi costretto a proseguire la propria marcia attraverso due piccole discontinuità, a monte e a valle del sistema vasche, probabilmente con una danza di cortesie per prestare o avere precedenza.
Sul tema Polipo, è ancora vivo il dibattito all’interno della maggioranza e della Giunta, sulla possibile sua collocazione.
Gli esponenti delle compagini ora al governo della città si contrappongono argomentando le bontà della soluzione prevista dall’ultimo progetto o quelle scaturibili dalla ipotesi di riposizionamento della scultura al centro della nuova rotatoria a mare.
E’ un dibattito che, personalmente, non mi appassiona più di tanto.
Spero si possano apportare delle varianti all’ipotesi di progetto attuale, per concludere definitivamente i lavori, per facilitare il passeggio ed offrire comode sedute al passante in cerca di calma, contemplazione, refrigerio.
Penso invece che fine ha fatto tutto il gruppo artistico e scultoreo che cingeva la scultura bronzea e ne costituiva l’originale vasca e che fine ha fatto la pietra della memoria rappresentata dalla lastra commemorativa che era murata sul marciapiede esterno alla vasca del Polipo e riferita a Giovanni Pittau: rapallese caduto il 23 aprile 1945 in uno scontro a fuoco tra i partigiani della Brigata GL Matteotti e una pattuglia tedesca, alla foce del torrente San Francesco nei pressi del ponte allora esistente.
Lastra che, auspico, possa essere recuperata e ricollocata.

Il tema del Polipo, come dicevo, non mi appassiona molto, perché sono ormai sopraffatto e deluso da quanto realizzato e non più controvertibile.
Con me, migliaia di cittadini.
Un pezzo di città che ci terremo così per i prossimi 50/70 anni, quando la perizia di un altro strutturista dirà, ai posteri, che la copertura non regge più il tonnellaggio di camion, pullman o di quello che ci sarà.
Si è persa un’occasione di dotare la città di un invidiabile spazio urbano come quelli realizzati, anche recentemente, nelle cittadine a noi limitrofe.
Occorreva un progetto diverso, un’attitudine progettuale differente che per me è sempre un momento che somma creatività a sofferenza intellettuale.
Un progetto va messo alla prova fin quando è possibile, mettendolo in discussione, guardandolo da un altro punto di vista, riguardandolo 24 ore dopo più saggi e sensibili di un giorno, parlandone con interlocutori per vedere se l’idea “tiene”.
E’ un processo che deve coinvolgere progettisti e committenza più volte intorno ai tavoli del confronto.
Lo si fa finché si deve, perché un progetto si tiene per mano fino in fondo, fino a quando poi si decide di “lasciarlo andare”.
Di un progetto se ne segue la realizzazione, parte per parte, stupendosi di come prenda forma o dubitandone se qualcosa non va ed apportando possibili modifiche: intelligenti varianti in corso d’opera, come ultime carezze alla propria creatura.
Poteva essere un ricco tessuto ad impreziosire un pezzo di città che tanto ha atteso.
Poteva essere una bellissima architettura orizzontale che, come acqua tra le cose, poteva spandersi fino a lambire ogni spiccato verticale, connettere ogni portone e vetrina, diventare casa di tutti.
I sentimenti che pervadono l’opinione pubblica sono invece quelli di rassegnazione e di delusione, perché il senso del bello di ciascuno di noi non è stato ripagato e nessuna sensazione di benessere, inteso come stare bene in un luogo, si prova.
Poteva essere una occasione di riqualificazione urbana quale tassello di ripartenza per una città che ormai ha esaurito i suoi tesoretti frutto delle iniziative dei decenni tra gli anni ’50 e ’70 ed ha assoluta necessità di trovare una nuova prospettiva di sviluppo e di vita.
E’ invece uno spazio a cui ci si dovrà abituare, sommando la sua percezione alle fatiche del quotidiano e del contingente.
E’ uno spazio che si subisce e si subirà.
E’ uno spazio che non si potrà evitare fisicamente.
E’ uno spazio dal quale non si potrà fuggire con lo sguardo … neppure guardando per terra.







