L’immagine di copertina è una vera fotografia, rielaborata con la IA.
Ci eravamo lasciati quasi un anno fa quando si dibatteva della questione Emiliani – acquisto sì, acquisto no – e sulle possibili destinazioni d’uso di quella struttura (qui e qui).
Le cronache raccontano che dopo un anno (per molti versi davvero complicato) nulla è cambiato. O meglio, altri si sono mossi nella direzione di portare l’Università – e un po’ di freschezza – nel Tigullio (per Camogli qui e qui; per Chiavari qui e qui), segno di una possibilità, tutt’altro che bislacca, su cui altre realtà stanno concretamente lavorando.
Rapallo, rispetto a ciò di cui ha davvero bisogno, è ferma al palo.
La crisi amministrativa di questi giorni segna il punto più critico di una amministrazione il cui divenire è stato costantemente travagliato.
Non è facile, lo abbiamo detto diverse volte. Sullo sfondo una città molto sofferente, che avverte e parla chiaramente, forse per la prima volta così diffusamente, nei discorsi al bar prima ancora che nelle raccolte stanze dei consessi pensanti, delle cose che non vanno. Cose che scivolano via nelle parole (e nelle angosce) che sono poi sempre le stesse, traffico, parcheggi, mare, spiagge, sporcizia, smog, incuria, lassismo, degrado, negozi, difficoltà a trovare casa e opportunità – aggiungo, per continuità, demografia e fuga dei giovani, di quelli che hanno testa, una vera iattura che ipoteca il futuro della città (da lì l’idea dell’Università).
Ora il ballo della crisi (che rientra, anzi no, vedremo) fatto di telefonate, incontri, caffé, messaggi, scadenze. Il gioco della politica che s’intreccia con quello delle date, di una data, quella del 24 febbraio oltre la quale, staccare la spina, significa commissariamento fino alla primavera del 2027. E dei numeri, di quanti consiglieri sono disposti ad andare fino in fondo alla sfiducia fino all’atto conclusivo.
Cambiare o andare avanti. Importante è non giocare con le date, non infilarsi nel tubo del commissariamento fino al 2027 è un atto dovuto – e confido – condiviso da chi può decidere. Ma è dovuta anche la linearità dei comportamenti, la limpidezza delle posizioni, la parola data agli elettori, in una città dove troppi sono stati i passaggi interessati di casacca, a cercare posizioni come a cambiare supermercato: il cancro della pessima politica che alimenta il virus dell’antipolitica. A guardarci bene, la crisi racconta proprio di questo, della necessità di politica e di ideali che poi diventano idee e responsabilità. Le ammucchiate del giorno prima, i sorrisi tirati per l’occasione, le giravolte smaliziate forse soddisfano carriere. Ma non sono più tollerabili perché non restituiscono nulla di buono.







